20 giugno: giornata internazionale

Il 20 giugno non è o anzi non dovrebbe essere una giornata di celebrazione ma una giornata di lotta, di resistenza e di rivendicazione della libertà di movimento per le persone migranti. Un momento per amplificare le voci delle persone migranti bloccate e barricate in mare, a terra o tra i confini europei. Un momento di ascolto e di racconto delle varie problematiche che affondano i diritti delle persone, un momento di massa, di aggregazione delle persone e, soprattutto, delle persone migranti per chiedere verità e giustizia per tutte le morti in mare e in terra, come la strage del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, quella avvenuta il 25 Giugno 2022 a Melilla, quella avvenuta nella notte tra il 25 e 26 febbraio del 2023 a poche decine di metri dalla costa di Steccato di Cutro, come la scomparsa di Fatmata, ferita dalla polizia della macedonia del Nord e anche il recentissimo naufragio avvenuto alle coste della Grecia che ha visto morire più di 500 persone. Queste prassi politiche di esternalizzazione delle frontiere e di respingimento che provocano morte, violenze e torture, continuano ad essere all’ordine del giorno della politica di questa parte del mondo. 

A Palermo, il 20 giugno attivistǝ e le realtà antirazziste sono scese in piazza per unirsi al mondo per chiedere l’abolizione di FRONTEX, l’agenzia di controllo delle frontiere d’Europa che ha assistito e continua ad assistere alla violazione dei diritti delle persone migranti ed è responsabile di troppe morti. La manifestazione ha visto la partecipazione di persone di diverse realtà e ci sarebbe dovuto essere più un momento di dibattito e di sensibilizzazione rispetto alla campagna “Abolish Frontex”, sui problemi che il razzismo sistemico e strutturale causa, sui drammatici ostacoli posti dalle istituzioni alle persone che arrivano alle nostre coste, sulle leggi xenofobe come (ex) decreto Cutro, la legge Bossi-Fini e tante altre che sono responsabili di marginalizzare le persone e renderle invisibili, in esistenze coesistenti e parallele. Ma quello che è mancato – e troppo spesso manca nella narrazione mainstream – è un vero e proprio prendere parola da parte delle persone che più o meno vivono in queste condizioni di marginalità o di marginalizzazione, la rabbia e la chiarezza della denuncia e della presa di distanza da politiche che non ci rappresentano. Vogliamo interrogarci su dove finisco le persone migranti rese e chiamate “irregolari”, un’irregolarità costruita che segrega nei CPR, nei centri di detenzione e nei ghetti. Ci è mancato questo sguardo crudo e sincero che doni giustizia al dramma del nostro presente e che, ogni giorno di più, urge di esser visto e cambiato. Non ci stiamo; non ci stiamo e continuiamo a lottare contro gli accordi con la Libia e con la Tunisia, i campi di lavori forzati in Libia e in Italia, le prigioni dove ancora oggi le persone rinchiuse continuano a lottare e a morire con la complicità dell’Italia e dell’unione Europea. 

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