La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025

1. Dati

Nel 2025, secondo il nostro monitoraggio, più di 250 articoli di cronaca hanno riportato un totale di 467 arresti per il reato di “facilitazione dell’immigrazione irregolare” previsto all’art. 12 del TUI.* Anche se questa cifra non equivalesse al numero di persone che sono state effettivamente portate in carcere, soffermarci su questi dati può darci un’idea di come la criminalizzazione per art.12 sia cambiata negli ultimi anni.

Secondo i dati dell’Onu, nel 2025, 69.000 persone sono arrivate in Italia via mare, e secondo il nostro monitoraggio, 97 di queste sono state arrestate non appena sbarcate. Questa frequenza corrisponde a circa 1 arresto per ogni 700 arrivi, un numero leggermente più basso rispetto all’anno precedente (1 ogni 600). La nazionalità più criminalizzata rimane quella egiziana, in continuità con gli ultimi anni, che rappresenta quasi la metà degli arresti (41). A seguire, vi sono i cittadini del Bangladesh (15 persone), della Tunisia (7), dell’Algeria (5) e del Sudan (5). Le altre persone arrestate vengono da Eritrea, Iran, Iraq, Libia, Siria, Turchia e Ucraina. Di 13 persone non abbiamo informazioni sulla nazionalità.

Abbiamo anche contato 76 arresti sul confine terrestre, quasi tutti presso la frontiera italo-slovena (68). Qui le nazionalità delle persone arrestate sono molto varie, soprattutto con riferimento alle persone partite dall’Est Europa, ma anche quelle dalla Turchia e dalla Cina, fra i tanti altri paesi. Come riportato dall’approfondimento di Migreurop, i controlli introdotti nel 2023 hanno generato un veloce aumento della criminalizzazione di persone in arrivo dalla Serbia, che ha colpito soprattutto autisti precari, e contribuito direttamente a incrementare i rischi e la violenza di questi viaggi.

Circa 300 arresti per facilitazione dell’immigrazione irregolare sono stati effettuati, invece, per casi che non hanno visto il coinvolgimento di un capitano o di un autista. Quasi la metà del totale sono avvenuti per l’utilizzo di documentazione falsa volta ad ottenere un visto tramite il Decreto Flussi. Nel maggio del 2024, la campagna Ero Straniero ha pubblicato dati che indicavano il fallimento strutturale dei Decreti: mentre il governo si vantava di aver aperto dei canali regolari di ingresso – abbinando a questa retorica quella del contrasto e della criminalizzazione dei cosiddetti ‘scafisti’ – in realtà sono pochissime le persone che sono riuscite effettivamente ad arrivare in Italia, e ancor meno ad ottenere un permesso di soggiorno. 

Non neghiamo che alcune dinamiche agevolate dai Decreti Flussi abbiano favorito lo sfruttamento del lavoro e dei corpi di alcune persone ingannate, posto che è proprio sulla precarizzazione della forza lavoro di chi è marginale e irregolare che si basa una parte importante dell’economia Italiana. Ciononostante, ribadiamo, anche in questo caso, che ogni persona che riesce a superare il regime razzista dei confini rappresenta una vittoria per tuttɜ, e che criminalizzare le persone che facilitano il loro movimento – anche tramite il Decreto Flussi – ha come obiettivo primario quello di rafforzare la fortezza europa. Se lo Stato avesse voluto veramente tutelare le persone arrivate in Italia, avrebbe quantomeno dovuto provare a garantire i loro diritti sottraendole allo sfruttamento lavorativo, piuttosto che criminalizzare, in maniera spettacolarizzata ed esemplare, chi ha favorito l’ingresso di queste persone – servendosi, ancora una volta, dell’art. 12 del TUI. Per questo motivo, guardiamo con grande preoccupazione lo slancio con cui il governo ha criminalizzato anche l’“abuso” del Decreto Flussi.

Abbiamo inoltre registrato un numero importante di fermi (57 in tutto l’anno) nel contesto delle operazioni dell’Antimafia contro le reti di smuggling – per cui sono state particolarmente rilevanti l’operazione Medusa a Reggio Calabria e l’operazione El Rais a Catania. Queste operazioni più articolate rappresentano l’esito di anni di intercettazioni e interrogatori e di una strategia di sorveglianza sempre più allargata, che vede la collaborazione sistematica di forze di polizia di diversi paesi, coadiuvate da agenzie di polizia transnazionali. Questa dinamica riflette una più ampia tendenza alla condivisione dei dati e all’uso di tecnologie di sorveglianza che vengono impiegate soprattutto per reprimere lo smuggling – con risultati disastrosi, come già evidenziato in passato – e con ricadute sulla libertà di movimento e sullo spazio civico più in generale.

Infine, un altro gruppo di arresti si collega alle indagini sul caporalato (16). Gli ultimi 70 casi sono di natura molto varia, e includono arresti per sexwork, matrimoni fittizi, e per aver ospitato persone senza documenti (art. 12, comma 5, abbiamo rilevato due casi di accusa, sempre contro non-italiani).

Oltre ai dati emersi dal monitoraggio, quest’anno abbiamo fatto delle richieste ufficiali di accesso civico (FOIA) rispetto al numero di detenuti in tutta Italia per il reato di cui all’art. 12 del TUI.**  Questo ha svelato che quasi la metà dei 1.167 detenuti sono in istituti calabresi e siciliani (27,5% in Calabria, e 21% in Sicilia). Il 7% si trova in Friuli, un numero sorprendente che attribuiamo all’aumento nella criminalizzazione sulla frontiera slovena, di cui abbiamo già parlato poc’anzi. La mappa sopra dà un’impressione chiara della diffusione del fenomeno e fa capire ancora una volta l’importanza di una rete solidale che stia a fianco delle persone incarcerate in tutta Italia: sebbene si tratti di un fatto che investe soprattutto il sud, non esiste carcere in cui non ci sia qualcuno criminalizzato per aver facilitato la libertà di movimento.

2. Quadro politico: nuovi decreti e direttive all’orizzonte

In Italia, come in Europa, la criminalizzazione delle persone in movimento si ramifica e si concretizza in molteplici modi: dall’accanimento verso le forme di facilitazione della libertà di movimento, alla persecuzione penale nel manifestare solidarietà alle persone straniere e agli spazi, direttamente e indirettamente, colpiti dalla stretta liberticida del Governo italiano. 

E’ in questo contesto che si infittisce l’agenda del Governo sulla lotta alla migrazione irregolare. A quanto pare le emergenze non finiscono mai e in questo 2026 i tempi sono maturi per introdurre un Pacchetto Sicurezza che, oltre ad una serie di misure nei confronti di chi manifesta il proprio dissenso verso una politica sempre più oppressiva, dedica un’intera sezione all’ambito della migrazione. Oltre a proporre un vero e proprio blocco alle navi di soccorso, le varie misure proposte includono, attraverso procedure più snelle e maggiori fondi alla costruzione, l’ampliamento  delle strutture destinate alla detenzione delle persone irregolari in territorio nazionale, i CPR, che costituiscono un segmento essenziale della persecuzione dei cosiddetti scafisti.

Tali connessioni non sono casuali, ma definiscono un continuum con la futura entrata in vigore, a giugno 2026, del Patto Ue su migrazione e asilo, che mira ad ampliare la detenzione amministrativa. Il nuovo Patto Ue, composto da una direttiva e nove regolamenti prevede, oltre ad una maggiore cooperazione tra gli Stati Membri, l’applicazione di procedure accelerate di asilo anche a famiglie e minori e, crucialmente, la legalizzazione e l’ampliamento di scenari di detenzione amministrativa che è destinata ad acquisire una crescente centralità. Sono previste, allo stesso tempo, una serie di accordi sui paesi terzi considerati sicuri al livello Europeo, che mirano ad espandere i regimi di deportazione e attivare “hub” detentivi in altri paesi. 

Contestualmente, si sta discutendo sulla proposta che la Commissione europea ha presentato al Parlamento europeo, della cosiddetta “Facilitation Directive”, la direttiva che disciplina la criminalizzazione dello smuggling, mediante una serie di misure che intensificano la criminalizzazione di chi facilita la libertà di movimento. Tra le più rilevanti vi è il potenziamento, anche a livello finanziario, di Europol, attraverso la consolidazione dell’European Centre Against Migrant Smuggling, con conseguente ampliamento delle capacità di condivisione delle banche dati e del trattamento dei dati biometrici. La proposta sulla Facilitation Directive è stata avanzata in modo frettoloso a fine 2023, senza una vera e propria valutazione d’impatto, prassi inusuale, soprattutto considerando che introduce disposizioni di natura penale. La discussione del Parlamento Europeo al riguardo, avvenuta anche su pressione della società civile, si è concentrata sugli elementi costitutivi del reato di “smuggling”, che tutti gli Stati Membri sono obbligati a prevedere. Il Parlamento, che dovrebbe votare il testo definitivo a luglio, non ha recepito la proposta della Commissione di prescindere dal requisito del profitto e di limitare la clausola che prevede scriminanti per chi agisce per ragioni umanitarie, nel tentativo di riallineare la Direttiva al Protocollo ONU contro il traffico di migranti, senza tuttavia eliminare il rischio di una criminalizzazione estensiva.

3. I Capitani e i CPR

Il CPR sembra ormai essere l’inevitabile continuazione dell’esperienza carceraria per lɜ capitanɜ quando arrivano a fine pena, anche quando hanno richiesto la protezione internazionale. L’etichetta amministrativa della “pericolosità sociale”, attribuita automaticamente come conseguenza del reato, porta con sé la promessa di una detenzione senza una fine certa. Ci è stato riferito che questa prospettiva viene anche comunicata, in privato e da parte del personale, nel CPR di Caltanissetta, per mettere pressione ai detenuti affinché firmino una rinuncia all’asilo e accettino la deportazione.

I CPR sono non-luoghi abominevoli, la cui stessa esistenza è una macchia sulla coscienza di questo governo e di quelli che lo hanno preceduto. In questi ultimi mesi, abbiamo supportato undici capitanɜ in CPR nella loro lotta per la libertà. Tre di loro, di cui abbiamo parlato in report precedenti, sono stati deportati in Egitto. Mahammed Ezet è stato finalmente rilasciato all’inizio di settembre, nonostante avesse il diritto ad un permesso di soggiorno già da mesi; ora lavora in Italia mentre attende il risultato della sua richiesta asilo e siamo felicemente ancora in contatto. Anche la persona che supportavamo nel CPR di Bari (M., di nazionalità Egiziana) è stata finalmente rilasciata ad ottobre, e ora cerca di ricostruire la sua vita in una città del nord Italia.

Purtroppo, però, il CPR non esce mai di scena per le persone straniere in Italia, soprattutto per chi ha dovuto vivere un periodo in carcere. Ora ci troviamo a supportare quattro persone – D., A., M. e L. – detenuti da mesi nei CPR di Caltanissetta, Milo e Ponte Galeria, nonostante tutti abbiano richiesto asilo, e nonostante per due di loro – essendo della Russia e del Ciad – la deportazione non sia nemmeno effettivamente praticabile.

4. Il vento della libertà: assoluzioni e altro

Attualmente seguiamo i casi di 147 persone accusate o condannate come ‘scafisti’, di cui circa la metà sono ancora in carcere. Grazie al lavoro instancabile di avvocatɜ, reti, collettivi, associazioni e artistɜ che in questi ultimi anni hanno lottato per aumentare il livello di consapevolezza generale rispetto alla detenzione sommaria di migliaia di persone all’arrivo, nella seconda metà del 2025 abbiamo assistito a importanti vittorie giudiziarie.

Questo è stato il caso delle 4 persone arrestate a Napoli a luglio del 2024, tre Sudanesi e un Ciadiano, assolti su richiesta del Pubblico ministero stesso lo scorso dicembre, grazie al lavoro del pool difensivo che ha dimostrato la sussistenza dello stato di necessità ed è riuscito a far prevalere la tutela della vita delle persone – attraverso la ricerca di protezione al di là del Mediterraneo – sul controllo statale delle frontiere.

A dicembre abbiamo assistito a un’altra richiesta di assoluzione, nel caso di H., pendente dinanzi alla Corte di Appello di Palermo, dopo un calvario giudiziario durato quasi 10 anni. Il Procuratore generale ha chiesto che H. venisse assolto per non aver commesso il fatto e, in subordine, per stato di necessità. Nella requisitoria ha sostenuto, in linea con l’appello della difesa, che l’identificazione di H. come persona che aveva condotto l’imbarcazione fosse infondata, posto che l’unico testimone che lo avrebbe visto non era affidabile, e che, in ogni caso, H. avrebbe accettato la guida dell’imbarcazione per mettersi in salvo da una situazione di alto pericolo e di sistematica violazione dei propri diritti in Libia. Attendiamo la decisione il mese prossimo.

Un’altra notizia positiva è l’assoluzione avvenuta a dicembre 2025 nei confronti di tre imputati, cittadini del Gambia, Sudan e Nigeria, accusati del reato a cui all’art. 12bis – introdotto con il decreto Cutro – sotto processo al tribunale di Agrigento. Ancora una volta, la difesa ha dimostrato la sommarietà con cui sono state raccolte le prove e l’insussistenza sia dell’art. 12bis che dell’art. 12 in generale. Uno degli imputati era già stato rilasciato dalla detenzione cautelare nelle prime fasi del primo grado per mancanza di prove, mentre due sono stati liberati in seguito all’assoluzione, dopo 2 anni di misure cautelari. L’ultimo però – nonostante la sua innocenza fosse stata riconosciuta  è poi stato trattenuto al CPR di Milo. La sua richiesta di asilo, infatti, è stata considerata strumentale perché non presentata tempestivamente in carcere, senza considerare gli ostacoli che una persona detenuta incontra nell’accedere alla protezione internazionale. Dopo più di un mese di trattenimento, L. ha finalmente riavuto la libertà, grazie alla sua tenacia, e al lavoro della sua avvocata e dei suoi amici.

5. Controvento: condanne a altro

Nonostante queste notizie facciano ben sperare, permangono situazioni in cui lo stigma di essere stati condannati per il reato di cui all’art. 12, pur avendo espiato la totalità della pena, apre scenari di una detenzione senza fine. 

È il caso di D. ed E., di nazionalità russa, una coppia sposata di obiettori di coscienza, condannatɜ nel 2022 a 3 anni e 6 mesi di carcere per art.12. I due avevano chiesto protezione internazionale non appena arrivatɜ in Italia. Nel 2025, terminata la pena, sono statɜ trasferitɜ in CPR in quanto soggetti pericolosi, E. a Roma e D. a Trapani. Nonostante avessero una condanna identica, ad E. è stata riconosciuta la protezione speciale, ed è stata rilasciata dal CPR dopo un mese. Suo marito, invece, ha dovuto affrontare un destino diverso: nel 2022 la Commissione territoriale gli aveva già riconosciuto il diritto alla protezione speciale mentre era in carcere e, dopo due anni, alla scadenza del documento di soggiorno in questione, D. ha richiesto nuovamente asilo, rappresentando il grave pericolo in caso di rientro in Russia. Ha prodotto anche l’ordine di arruolamento, ma la Commissione di Trapani ha ritenuto la documentazione strumentale e falsa, determinando un prolungamento del suo trattenimento per pericolosità sociale. Neppure il tentativo di rivalutazione del giudizio di pericolosità sociale presentato al Tribunale di Sorveglianza, autorità preposta al suo accertamento, ha portato alla liberazione di D.: il tribunale, infatti, ha procrastinato la decisione fino all’esito del ricorso per protezione internazionale. In tutto ciò, E. lo aspetta a Palermo, due vite legate e sospese da guerra e criminalizzazione. L’Europa trova sempre risorse per le armi, ma non per chi è in fuga da esse.

Quest’anno abbiamo continuato a seguire il caso di Mouad, giovane ragazzo guineano, sempre dichiaratosi minorenne che, nonostante abbia prodotto documentazione proveniente dal Paese di origine attestante l’età, questa non è stata ritenuta decisiva dalla Corte di Appello prima e dalla Cassazione poi. Mouad è stato quindi condannato alla pena di anni 3 e mesi 4 di reclusione. Fortunatamente grazie alla disponibilità della Parrocchia Santa Lucia hanno concesso a Mouad gli arresti domiciliari. Abbiamo seguito il suo percorso da vicino, supportandolo nel ricorso avverso il rigetto della protezione internazionale e riuscendo a fargli ottenere il permesso provvisorio dalla Questura. Il percorso di Mouad stava procedendo per il meglio, ma, purtroppo, il tutto si è interrotto bruscamente. In quello che doveva essere l’ultimo giorno di detenzione domiciliare, Mouad è stato riportato in carcere per scontare lì gli ultimi due mesi di pena: il Magistrato di sorveglianza ha rigettato l’ultimo periodo di liberazione anticipata e, essendo divenuto definitivo, gli arresti domiciliari sono venuti meno. 

Il 2025 ha inoltre visto il dispiegarsi dei processi contro tre persone di nazionalità Iraniana, che hanno attratto l’attenzione dei media e della società civile. Pur avendo ufficialmente espresso solidarietà alle proteste in Iran, e condannato le reazioni repressive del governo iraniano, lo Stato italiano non ha visto alcuna contraddizione nell’arrestare persone che erano giunte in Europa in fuga da quello stesso regime: Maysoon Majidi, attivista e regista curdo-iraniana, Marjan Jamali, e Babai Amir, coimputato di quest’ultima. Quest’anno sia Maysoon che Marjan sono state assolte, a seguito di forti campagne di solidarietà avviate sia al livello locale che nazionale. Maysoon ora è attivista in Italia e oltre che ha integrato la lotta contro la criminalizzazione nel sua attivismo per la libertà del popolo Curdo e per le donne in Iran:

“Come ho detto in aula di tribunale e ribadito tutti questi mesi, se ci fosse stato cibo e acqua su quella barca io lo avrei distribuito, per spirito umanitario. Perché dovrebbe essere un reato dare acqua e cibo a chi scappa da situazioni di guerra o di dittatura, o altre forme di disagio? Io penso che l’articolo 12 serve semplicemente per prelevare 2–3 persone da ogni barca che arriva in italia per accusarle di essere scafiste. La situazione è quasi comica, e non lascia posto alle parole.” 

A luglio del 2025, la procura ha fatto appello contro l’assoluzione di Maysoon Majidi. Purtroppo, pur con una storia molto simile, Babai Amir, più lontano dai riflettori, ha subito una condanna a 6 anni, a seguito della quale ha tentato di togliersi la vita. Da allora, la rete locale, con il collettivo Oltre i Confini: Scafiste Tutte, in collaborazione con il legale, hanno lavorato insieme per richiedere l’accesso agli arresti domiciliari, e per una campagna per la liberazione di Amir. Si attende la fissazione dell’udienza. Non possiamo che unirci a queste voci: Libertà per Babai Amir!

Riguardo il lunghissimo calvario degli otto giovani accusati di aver condotto l’imbarcazione il 15 agosto 2015, e condannati a 20 e 30 anni, la loro lotta continua. In questi mesi la questione è tornata al centro del dibattito pubblico grazie alla pubblicazione del libro Perché ero ragazzo di Alaa Faraj, uno dei giovani calciatori Libici condannati, edito da Sellerio. Dopo che la Cassazione ha ritenuto inammissibile la sua richiesta di revisione, presentata dopo quelle di due suoi coimputati, anch’esse respinte, e su consiglio della Corte stessa, Alaa ha chiesto la grazia. A dicembre Presidente Mattarella ha deciso di concedere una grazia parziale, concorde alla sua linea generale di pavidità rispetto a questo dispositivo.***  C’è voluto quindi anche l’intervento del Capo dello Stato per affermare ancora una volta che Alaa resterà comunque in carcere, anche se potrà accedere a misure alternative già quest’anno. I suoi altri coimputati, pur con la stessa storia, restano in carcere, non essendo toccati né politicamente né giuridicamente da questo sviluppo. Libertà per Alaa, libertà per Tarek, Mohamed, Ayoob, Abdelrahman, Mustafa, Mohanned e Beddat!

6. Rete

Quest’anno abbiamo visto progredire lo sviluppo di una rete nazionale e transnazionale che denuncia in modo critico la criminalizzazione dellɜ capitanɜ, e che porta avanti importanti campagne per la libertà delle persone detenute. Esempi centrali sono le campagne per la libertà di Maysoon Majidi e di Alaa Faraj, di cui abbiamo parlato sopra, entrambe caratterizzate da vittorie significative. Maysoon si è unita a noi online per i panel che abbiamo organizzato al festival Sabir a settembre – momento rachiuso nella foto sotto  insieme ai Ragazzi Bayefall, Maldusa, l’Associazione Gambiana di Palermo, De:Criminalize, Refugee Platform in Egypt, Mataris, 50 Out of Many, Migreurop e Projecto Patrones

In vista dell’imminente applicazione del Patto europeo sull’asilo, riconosciamo l’intervento straordinario del Eurodeputata Ilaria Salis a novembre, che ha sottolineato la confusione semantica tra tratta, traffico e smuggler – una confusione strumentalizzata dall’UE per commettere omicidi ai propri confini in nome della sicurezza. Per aver ricordato a tuttə che aiutare le persone a fuggire da guerre e persecuzioni non dovrebbe essere punito, è stata attaccata dalla stampa di destra italiana ed europea. Salis si è esposta per rimanere integra in un momento in cui questo è sempre più raro, ed esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza rispetto a questi continui attacchi.

Nel clima di guerra e di odio razzista che ci circonda, può essere facile cedere al pessimismo e avere la sensazione che tutto sia perduto. Eppure, le parole chiare e potenti di Maysoon, Alaa e di tante altre persone criminalizzate, insieme alla determinazione di attivist3 e politicə che scelgono di schierarsi apertamente in solidarietà, ci ricordano che arrendersi non è un’opzione e che continuare a lottare per ciò che è giusto è una responsabilità collettiva. A Ragusa prosegue il processo contro l’equipaggio di Mediterranea, accusata dello stesso cosiddetto reato che negli ultimi 25 anni è stato utilizzato per reprimere, incarcerare e colpire migliaia di persone. A Crotone, invece, continua il processo contro alcune delle persone accusate di aver condotto l’imbarcazione naufragata a Cutro nel 2023, parallelamente al processo incardinato contro gli agenti accusati di aver abbandonato più di 100 persone in mare, di fatto condannandole a morte. A terra e in mare allora, continueremo a lottare anche nel 2026 contro il fascismo, il razzismo e la supremazia bianca, e per un mondo in cui la nostra umanità comune prevalga sulle politiche di confine, e su chi continua a costruire divisioni.

 ‘Dal mare al carcere’
Dal mare al carcere è un progetto militante di Arci Porco Rosso e borderline-europe che, dal 2021, monitora l’andamento della criminalizzazione dei cosiddetti scafisti/e in italia, e offre supporto socio-legale alle persone criminalizzate. Ringraziamo GuerillaFGHRSea Watch, Safe Passage e United4Rescue che hanno deciso di sostenere questa causa e la nostra militanza. Ringraziamo Maghweb per la foto in copertina.

Note
* Nella cronaca, il termine ‘arresto’ spesso non è usato in modo tecnico: in molti casi se ne parla con riferimento a ordinanze che dispongono la custodia cautelare in carcere che possono essere state impugnate dagli avvocati difensori, in altri con riferimento a procedimenti penali instauratisi nei confronti di persone non detenute, di cui non si conosce l’ubicazione.

** Ringraziamo Giulia Serio, ricercatrice di UniPa e attivista del circolo, per il lavoro di ricerca che ha informato questa sezione.

*** Nel suo mandato ne ha accettate 27 e rigettate 1020, tra numeri più bassi nella storia repubblicana recente, insieme a Napolitano.

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