L’ordinaria emergenza

A caldo (molto caldo), verrebbe da pensare che i fatti di Palermo dell’ultima settimana sono qualcosa di straordinario e infernale: la combinazione letale di temperature anomale, con picchi fino a 47 gradi, ed incendi boschivi e periurbani che hanno accerchiato la città di Palermo come mai successo finora. I danni non si contano, e le tre vittime e l’aria appestata di diossina danno la misura dello scenario di dolore che stiamo vivendo.

Eppure non c’è assolutamente nulla di straordinario in questo: è la cronaca di una crisi ecologica e climatica annunciata, come esito di uno sfruttamento selvaggio dei territori, di estrazione scellerata di risorse, e di inquinamento e impoverimento degli ecosistemi.

In Sicilia ad esempio si conoscono da decenni alcuni fatti ricorrenti: i venti caldi soffiano ogni estate a ondate sempre più lunghe, gli incendi boschivi scoppiano puntalissimi e sempre più frequenti. Ci sono tutti gli elementi per immaginare il disastro, eppure le istituzioni si sono fatte trovare impreparate ad un evento simile.

Il Comune di Palermo ha mandato le comunicazioni ufficiali con ritardo imbarazzante, i dati sulla combustione dei rifiuti di Bellolampo sono usciti dopo cinque giorni, e non c’è stata una cabina di regia chiara per la gestione delle crisi, lasciando la popolazione sola, in preda alle voci di corridoio e alle preoccupazioni: l’aria è tossica? I soccorsi arriveranno in tempo? L’acqua c’è? Le autostrade sono chiuse? La luce torna?

Rispetto al caldo atroce e ai suoi effetti (black-out, riduzione dei servizi, stress fisico), ciascunə ha adottato delle risposte di adattamento improvvisate, basate sull’iniziativa personale e sulle risorse economiche private invece che pubbliche, un approccio che moltiplica a dismisura le iniquità e il divario di classe. Solo chi ha potuto si è chiuso a casa con l’aria condizionata, o cambiato abitudini e orari di lavoro. Rispetto agli incendi, molte persone si sono improvvisate soccorritrici, hanno inventato mezzi di estinzione letteralmente dal nulla, e nei giorni successivi si è attivata una grande solidarietà dal basso.

Non si tratta solo di scovare gli autori materiali degli incendi, ma di denunciare immediatamente l’incuria e il disinteresse della classe politica di governo comunale e regionale, che a vario titolo non hanno saputo dare risposte adeguate alla cittadinanza nel momento di difficoltà, e che più a monte non sono state in grado di sviluppare una seria strategia di tutela ambientale locale. In Sicilia ad esempio abbiamo già un Piano Regionale Antincendio, ma se non viene attuato, rimane lettera morta. E perchè farlo d’altronde? é molto più facile chiedere a Roma lo stato di emergenza, e trastullarsi con i poteri speciali e le deroghe alla pianificazione ordinaria. Se poi a Roma trovi gli alleati, quelli che hanno disposto il taglio di più di 15 miliardi di euro del PNRR pensati per messa in sicurezza dei territori e transizione ecologica, viene tutto a scendere.

Di contro, è necessario chiedere a gran voce una strategia di senso per proteggere il territorio e chi vi abita da azioni distruttive incendiarie e crisi ecologica, che includa almeno due aspetti: da un lato il potenziamento di tutte le strutture pubbliche locali che si occupano di ambiente in tutte le sue forme, nell’ottica di pianificare le azioni di tutela e di crescita della biodiversità, e di migliorare le capacità di adattamento climatico; dall’altro la promozione di una cultura della cura condivisa del territorio, con il coinvolgimento delle strutture sanitarie, delle associazioni, di chi vive i boschi

E’ quasi una beffa pensare che esattamente tre anni fa, il 15 luglio 2020, Palermo era sommersa di un’acqua furiosa e implacabile, troppa acqua, quella che mancava quest’anno. 

Secca o bagnata che sia, qual’è la prossima emergenza che ci aspetta?

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