Per un Mediterraneo libero e un’antimafia sociale

Venerdì 29 siamo statə in corteo dal porto fino al carcere Ucciardone, per rivendicare la libertà di movimento e i diritti delle persone migranti. A due passi da noi, nascosti dentro l’aula bunker, i ministri del governo Piantedosi e Nordio hanno incontrato rappresentanti dell’Onu e le delegazioni da tutto il mondo per discutere su altri accordi contro l’immigrazione e la solidarietà. Insieme a noi c’erano centinaia di persone che lottano ogni giorno davvero contro le mafie, nel modo migliore che questa città conosce: gli sportelli di ascolto, i doposcuola, le vertenze sindacali, la cura degli spazi e la difesa di diritti e libertà di tutte e tutti.

I ministri e le delegazioni sono stati in città per il summit internazionale che ha celebrato il ventennio dalla ratifica della convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale. Uno dei protocolli della Convenzione del 2000 è “contro il traffico di migranti via terra, mare e aria”. L’obiettivo del summit di questi giorni è stato appunto “la ratifica del protocollo contro l’immigrazione clandestina e accelerare l’integrazione degli strumenti presenti in materia”. Traduzione: fermare le partenze. In questi mesi di nuovi hotspot, nuove carceri, nuovi accordi, nuova detenzione, naufragi, separazione di famiglie, della cosiddetta “guerra” contro i trafficanti, è stato il dovere di tutte le associazioni e collettivi unirsi in opposizione.

I governi – fra cui in primis l’Italia – ci dicono che sono le attività criminose nel contesto del mediterraneo le responsabili per i pericoli e i maltrattamenti subiti dalle persone in viaggio verso l’Europa. Ma chi ha il potere di serrare le frontiere? Chi investe miliardi nelle politiche di esternalizzazione? Sono proprio gli stati UE, e l’Italia in particolare, che finanziano milizie e governi apertamente razzisti e autoritari e che mettono in atto politiche violente e mortali. Il risultato di queste politiche è che il viaggio è e sarà sempre più pericoloso, che al loro arrivo le persone saranno assoggettate a violenze statali ancora più estreme di quelle abbondantemente attuate finora. Le persone che devono e vogliono arrivare in Europa tenteranno ugualmente di farlo. Per quanto questi governi vorrebbero, non potranno mai controllare la volontà di chi sfida questo mondo di frontiere nel tentativo di autodeterminarsi in cerca di una vita migliore. 

La convenzione ha visto la firma di due nuovi accordi bilateriali, con Algeria e Libia, paesi in cui i diritti troppo spesso non sono garantiti. Inoltre, nel suo discorso durante la giornata, il ministro della giustizia Nordio ha promesso nuove “istituzione di organi investigativi comuni” e “tecniche investigative speciali”. Ha chiesto, in aggiunta, alle delegazioni di Bangladesh, Marocco, Pakistan e Somalia di firmare il protocollo ONU che criminalizza il traffico di esseri umani. Giustificare questo continuo aumento delle violenze istituzionalizzate come contrasto alle mafia è parte di politiche ipocrite che si concentrano sulle categorie marginalizzate per fondare la propria legittimità politica. Le migliaia di persone accusate di essere scafisti o di aver in altro modo favorito il movimento di persone sans-papiers vengono sbattute in carcere e sottoposte a processi farsa semplicemente per creare un capro espiatorio da colpevolizzare – un processo che diventa ancora più subdolo e preoccupante con la benedizione degli organi dell’Antimafia.

Sconfiggere la mafia non vuol dire dare poteri estremi a organi di sicurezza, non vuol dire carceralità e giustizialismo. Oggi come 23 anni fa, tenere la conferenza a Palermo – considerata la capitale della lotta alla mafia – ha un significato simbolico innegabile. Ma noi, che questa città la abitiamo, vediamo come gli strumenti sviluppati in contesti come questi sono stati a dir poco abusati: la lotta alla migrazione malcelata dietro una maschera ipocrita e deforme di lotta alla mafia. La chiamano lotta alla mafia ma così; è solo lotta alle migrazioni.

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