Accompagnamenti antirazzisti

Isula mestiza: una rubrica dello Sportello Sans-Papiers

Ogni mercoledì, da dieci anni, lo Sportello Sans-Papiers è uno spazio di mutuo aiuto attivo a Ballarò. Gli altri giorni, l3 Sportellist3 attraversano i confini del quartiere per portare la pratica di ascolto e orientamento altrove. Ogni venerdì da novembre a marzo, ad esempio, l’equipe dello Sportello Mobile attraversa i campi di raccolta della Sicilia Occidentale (ne parleremo nei prossimi numeri). Gli altri giorni della settimana invece, ci trovate tra le file dell’Anagrafe, della Questura, delle Poste e degli Ospedali cittadini.

In queste albeggiate burocratiche, tra il traffico e i bus affollati, accompagniamo chi non sa ancora orientarsi in città a raggiungere gli uffici pubblici di competenza. L3 Sportellist3 parlano italiano ma spesso sono da pochi anni in città ed è un’esperienza nuova anche per loro. Le regole dopotutto cambiano in continuazione: protocolli aggiornati, rotazione del personale e una legislazione in continua evoluzione fanno sì che l’unica linea di continuità sia spesso solo il razzismo istituzionale. 

Suleyman ad esempio è arrivato da poco e vorrebbe presentare domanda d’asilo. Al contrario dei cittadini italiani non può recarsi in qualsiasi commissariato per ricevere aiuto, per lui c’è solo l’Ufficio Immigrazione alla Questura di Boccadifalco.  

All’Ufficio Immigrazione fare domanda d’asilo è improvvisamente diventato ancora più difficile. Non basta che sia necessario lasciare il proprio paese e viaggiare in maniera irregolare, anche arrivandoci poi ad uno di quei paesi che hanno ratificato la Convenzione di Ginevra, non è detto che si riesca effettivamente a consegnare la pratica.

Da qualche mese infatti, si accettano solo poche pratiche di richiesta di asilo al giorno. Il lunedì di Suleyman sono solo tre, unə mediatorə mi confessa con imbarazzo che negli ultimi mesi sono arrivati a cinque nei giorni migliori. Sono una trentina invece le persone che vengono costrette dietro una ringhiera dalle 7 alle 10 del mattino. Tentano la sorte una volta di più, in piedi a difendere la posizione, pronti a sventolare manifestazioni di volontà quando lə mediatorə dell’Ufficio si avvicinerà per selezionare le pratiche da attenzionare oggi. I fortunati – il maschile è voluto – dovranno poi fare il giro verso l’ingresso dei visitatori per avere fissato un appuntamento per la compilazione del C3.

All’ingresso c’è un altro gruppetto di persone, poco più di una decina, che nel corso della mattinata – sono già le 9:30 – hanno già avuto la possibilità di scambiare due parole in piedi con l3 mediatric3 e ricevere indicazioni. Si tratta di persone con appuntamento per il ritiro o il rinnovo del permesso di soggiorno.

I richiedenti asilo invece non possono prendere un appuntamento. Non possono neanche parlare con l3 mediatric3. I richiedenti asilo vengono ogni giorno, alle 7:00 e aspettano dietro la ringhiera. Qualcuno dice che è importante stare più vicini possibili alla ringhiera così magari l3 mediator3 si ricordano di te e se il tuo viso gli è familiare magari pensano che sei lì da diversi giorni e ti fanno passare. Chissà quanto aspetta chi ha un viso poco memorabile.

Souleyman si guarda in giro, cerca informazioni, capisce che dovrà tornare per diversi giorni di seguito, forse settimane. Le assenze al lavoro lo metteranno in difficoltà: è pagato a giornata e c’è il rischio che nel frattempo il capo trovi qualcun’altro. Ha avuto un incidente qualche settimana fa e la gamba gli fa male, stare in piedi non gli farà bene. Ma più di tutto, dopo i due autobus e le giornate perse, lo sconforto più grande è che non ci sia neanche una fila. 

Questo trattamento degradante – l’arbitrarietà nella selezione delle pratiche, la competitività indotta, l’abbandono nella mancanza di informazioni – non è un incidente. È un sistema che premia l’aggressività, la prestanza fisica, la perseveranza. E’ un gioco a trabocchetto in cui i corpi docili vengono messi alla prova e le possibilità di scivolare sono tantissime.

Dopotutto Hannah Arendt l’aveva scritto che la vera condizione di rifugiato è quella di chi non ha neanche il diritto ad avere diritti. Il diritto ad aspettare in condizioni dignitose, a ricevere rispetto per il proprio tempo, a sostenere i propri compagni e fratelli di avventure nella complicità di una sala d’attesa, ad avere un minimo di certezza che la propria richiesta di asilo verrà, un giorno non troppo lontano, presa in considerazione.

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