Due anni fa, in circostanze sospette, è morto il nostro amico e fratello, Kitim Ceesay. Tra il silenzio generale e l’abbandono delle istituzioni, il caso è stato archiviato su richiesta della procura.
Non vogliamo dimenticare Kitim, la sua storia e il legame che ci univa. Oggi vogliamo ricordarlo, rivendicando ancora una volta verità e giustizia.
Nato in Gambia, Kitim viveva a Palermo dal 2016, dove aveva messo radici e costruito una famiglia. Nel marzo del 2024 era stato accoltellato a Ballarò al termine di una lite; alcune testimonianze riferiscono che sarebbe stato anche investito da un’auto. Trasportato in ospedale, vi è rimasto ricoverato per due settimane, fino alla sua morte, avvenuta il 22 marzo 2024.
In questi due anni abbiamo continuato a parlare di lui e delle circostanze della sua morte, nei cortei e nelle piazze. Non si può dire lo stesso delle istituzioni, purtroppo, che sembrano aver progressivamente rimosso la sua vicenda.
A due anni di distanza, sulla sua vicenda non è stata fatta verità né, tantomeno, giustizia. Abbiamo appreso che le indagini sui fatti che hanno portato alla sua morte sono state archiviate. Secondo quanto ci è stato riferito, la Procura avrebbe concluso che la morte di Kitim sia da attribuire esclusivamente a una malattia pregressa, escludendo qualsiasi connessione con l’aggressione subita nei pressi di Porta Sant’Agata.
Questa conclusione però cancella il contesto di violenza in cui quella morte è avvenuta e contribuisce a rendere invisibili responsabilità che restano invece politiche e collettive.
Rimangono vive le mille domande che circondano la sua morte. Oggi, ribadiamo quelle che da due anni poniamo alle istituzioni e alla città di Palermo:
Cos’è successo davvero a Kitim?
Chi lo ha aggredito?
Le indagini condotte hanno davvero fatto il possibile per chiarire le circostanze dell’aggressione e della morte?
Com’è possibile che, in una delle zone più monitorate della città – con telecamere ovunque – le indagini non abbiano avuto a disposizione immagini o testimoni? Che cosa nasconde tutto questo silenzio?
Con l’archiviazione, poi, se aggiungono altre perplessità:
É credibile che l’aggressione – di fatto un tentato omicidio – non sia connessa con la sua morte?
Se il decesso è stato causato da infezioni o complicazioni cliniche, perché i suoi amici e familiari non sono stati informati della gravità della situazione?
Che tipo di cure e di supporto ha ricevuto Kitim?
Perché non gli è stata data la possibilità di parlarci, di salutarlo un’ultima volta?
Su questa vicenda pesa un silenzio pesante, fatto di molti non detti. Le nostre mille domande sembrano trovare risposta nel solo fatto che Kitim era un uomo nero, povero, tossicodipendente: condizioni che descrivono la marginalità sociale in cui viveva, e delle quali non avrebbe dovuto morire. Viveva ai margini di una città che lo ha negato alla regolarità, lo ha privato di assistenza, lo ha reso precario – in termini di salute, di lavoro, di sicurezza – e che oggi gli nega anche il diritto di essere conosciuto, alla verità circa la sua morte.
Le istituzioni – polizia, tribunale, Comune, ospedali – avevano il dovere di tutelarlo: in quanto persona vulnerabile, vittima di un reato, uomo che aveva bisogno di cure. Non è forse questo il ruolo dello Stato, quello di proteggere soprattutto chi è più esposto? Eppure, sono le stesse istituzioni che oggi consegnano e sembrano accettare un’archiviazione che non restituisce né verità né chiarisce le responsabilità.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulla sicurezza urbana ha invocato più telecamere, più polizia, più misure contro chi vive ai margini. Kitim viveva già dentro questo apparato: sorvegliato, controllato, esposto a politiche che lo escludevano invece di proteggerlo. Viene allora da chiedersi: a cosa è servito tutto questo? Chi ha protetto? Quale verità ci ha restituito? A due anni dalla sua morte chiediamo ancora alle istituzioni di spiegare cosa sia accaduto in quelle settimane, e di rendere conto alla città di come uno dei suoi figli sia morto da solo, in ospedale, senza che amici e familiari potessero stargli accanto.
Rivolgiamo infine un appello alla città: non pensiamo che quanto accaduto a Kitim non possa accadere ad altri! Quando le istituzioni tacciono e la verità viene trascurata, nessuno è davvero al sicuro. La sicurezza reale non si costruisce nel silenzio, ma nella verità e nella responsabilità: servono trasparenza, fiducia e comunità. Per questo pretendiamo che le istituzioni rispondano.




