La Palestina vista dalla saracinesca di Piazza Casa Professa 1

In queste settimane abbiamo partecipato alle numerose manifestazioni di supporto alla Palestina della nostra città, anche ospitando nel nostro circolo varie assemblee con i/le compagnǝ palestinesi e altre realtà solidali. 

Così come durante altre orrende fasi dell’occupazione israeliana, anche questa volta siamo scesǝ in piazza accanto a collettivi, associazioni e percorsi per urlare “Palestina libera!”. Nell’ultima occasione eravamo a fianco di giovanissimǝ arabofonə e/o musulmanə, a volte da poco arrivatə in italia, altre volte radicatǝ membrə della nostra comunità, che sentono la causa palestinese come propria e che hanno portato un’energia prorompente e sorprendente. Sono arrabbiatǝ con i paesi arabi quanto con quelli europei per aver abbandonato Gaza.

In un periodo in cui molti si prestano alle complicate analisi di geopolitica, in cui si invocano e disdegnano organizzazioni nazionali e internazionali, in cui si acuiscono i posizionamenti dei puri di cuore ma si rischia di dimenticare il movimento internazionalista, serve prendere posizione. La prospettiva da cui partiamo e ripartiamo ogni volta è sempre la stessa: la saracinesca di Piazza Casa Professa 1, attraverso cui guardiamo e proviamo a intervenire in questo mondo. Cosa c’entra la nostra piazza con Palestina? E la Palestina con la nostra piazza?

Innanzitutto, stiamo osservando un aumento degli episodi arabofobici e islamofobici. Il pregiudizio verso le persone arabe e musulmane è sistemico, e chi di noi ne fa esperienza diretta o indiretta sa che questo può venir fuori tanto negli uffici della Questura quanto alle cene di Natale con i parenti. Tuttavia, oggi, assistiamo a un’effettiva rilegittimazione della retorica dello scontro tra civiltà, che vede nelle persone dei monoliti blocchi identititari e vorrebbe impossibile una comunità fatta di culture e di convinzioni diverse. Balle di cui il nostro circolo, fatto di persone musulmane, ebree, atee, agnostiche, cattoliche, provienienti da quasi ogni angolo del mondo, n’è testimonianza. Vale a dire anche – come se fosse oneroso ripeterlo – che rigettiamo ogni espressione di antisemitismo.

Nelle ultime tre settimane, le persone arabe e musulmane hanno subito ripetute richieste di distanziamento e condanna dei fatti del 7 ottobre, come se la loro lingua o la loro religione le rendessero universalmente responsabili di azioni compiute da altrǝ. Nei principali mass media italiani, il favore di cui gode Hamas viene appiattito come un sostegno ad atti terroristici e non viene fatta alcuna analisi e contestualizzazione delle motivazioni per le quali l’organizzazione riceve tale supporto. Abbiamo la sensazione di essere statǝ ricatapultatǝ in un mondo post 11 settembre. Ma ci chiediamo anche se quel mondo sia mai effettivamente passato: in tutti questi anni, troppe volte nostrǝ amicǝ musulmanǝ hanno tenuto a sottolineare in pubblico, quasi come gli fosse richiesto, che l’Islam non è una religione intrinsecamente violenta. E, contemporaneamente, troppe volte donne  che hanno relazioni con persone arabe, hanno subito lo sguardo paternalista e razzista di chi le vede come potenziali sottomesse. Il pregiudizio dilaga e pretende un mondo semplice e cieco fatto di buonǝ e cattivǝ, in cui chi parla si è arrogato un potere per cui sa sempre qual è la verità. 

Assistiamo, inoltre, anche a un rapido sgretolarsi del diritto all’informare e a essere informatǝ: racimoliamo fatti tramite le associazioni che si trovano a Gaza – prima fra tutte CISS, realtà amica palermitana e internazionale – o tramite le storie Instagram pubblicate da giornalistǝ gazawi, sotto bombardamenti, o magari dai canali che cercano di fare un minimo di informazione sui social network, nonostante le reiterate censure causate dall’algoritmo di Meta. Siamo costrettə a raggranellare informazioni in questo modo perché le principali testate nazionali, come La Repubblica e la Rai, continuano a offrire un servizio imbarazzante, offensivo per la nostra intelligenza e soprattutto per le più di 9000 persone palestinesi morte sotto le bombe israeliane. Davanti a un’informazione che disumanizza palestinesi oppressǝ e che chiude non uno bensì due occhi di fronte ai crimini di guerra commessi soltanto nelle ultime tre settimane da Israele, non possiamo che concludere che poco ci distingue da questo regime sionista. Anzi, in Israele non mancano fette di stampa e organizazzioni politiche critiche verso il governo. A noi, in Italia, nulla ci arriva dei palestinesi intrappolati sotto le macerie.

Nulla o quasi: riceviamo notizie dall’esperienza diretta dei/lle nostrǝ compagnǝ che di lì sono originariǝ. Alcunǝ di loro faticano ad avere notizie dei/lle loro carǝ dispersǝ a Gaza, o non hanno proprio più risposte. Ricordiamo fra di loro anche i detenuti gazawi al carcere di Catania, con cui siamo in contatto via lettera, che ci rimandano rabbia, dolore, forza e impotenza. Per ottenere notizie certe sulla sorte dei/lle nostrǝ carǝ, possiamo solo contare sulla solidarietà della rete di contatti a nostra disposizione, perché è ormai da giorni che siamo nella pressoché totale impossibilità di comunicare con le associazioni presenti sul posto e con le nostre famiglie. Le comunicazioni sono interrotte non solo a causa dei bombardamenti che hanno distrutto le reti internet e telefoniche, ma anche perché mezzo mondo è indifferente davanti alla decisione che a Gaza internet non debba esserci più, così come l’acqua potabile e il carburante.

In una situazione di propaganda para-statale così aggressiva, guardiamo alla parola pace sia con speranza che con diffidenza. Nella nostra piazza e città, noi godiamo di una pace che ci permette di lottare senza rischiare la vita. Questa è la nostra quotidianità e la pace che vorremmo per tuttǝ. D’altro canto capiamo che, per le tante persone a cui oggettivamente la pace non è mai stata concessa, sentirla nominare da chi gode di questo privilegio suona come un insulto. E tra queste persone, ce ne sono tante che attraversano il nostro spazio, la nostra saracinesca.

Si sente la guerra che si avvicina: nel nostro circolo parliamo con ucrainǝ, russǝ, palestinesǝ, libicǝ, curdǝ, malianǝ, venezuelanǝ. Conoscendo persone con parenti e amicǝ uccisǝ da soldati e fuggitǝ dalle bombe, non possiamo assecondare qualsiasi richiamo o glorificazione della lotta armata – nonostante la storia partigiana e il richiamo alla Resistenza, con cui moltǝ di noi sono cresciutǝ. C’è però anche la difficile consapevolezza che per alcunǝ – come i/le palestinesǝ nei territori occupati – non sembra esistere altra alternativa se si vuole arrivare alla giustizia e libertà. In una parola: alla pace. 

Sono punti che vanno discussi fra tutta la cittadinanza, per costruire assieme un percorso, un ragionamento, con le nostre differenze. Noi ci siamo, per portare anche il nostro sguardo: uno sguardo laico, progressista, solidale. Alcunǝ di noi ricordano che non così tanto tempo fa all’appello ‘Palestina Libera’ si replicava con un appellativo più colorato: ‘Palestina rossa!’. Uno sguardo che parte dalla piazza attraverso cui guardiamo il mondo, e che vuole riconoscere le pluralità ma comunque unirle in un’unica lotta. Perché in una condizione in cui possiamo fare poco o niente, almeno possiamo agire assieme. 

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