Chiacchierata su “Il secolo mobile” con Gabriele del Grande

Lo scorso 23 novembre abbiamo incontrato Gabriele Del Grande, giornalista e autore di “Il secolo mobile” per presentare il suo libro. L’incontro è stato organizzato da Booq e si è tenuto nella biblioteca dell’associazione in presenza di numerose persone. A presentare il libro per noi c’era Sergio e per Booq l’attivista e amica Chiara Denaro.

“Il secolo mobile” è un libro giornalistico con ambizioni storiche che racconta l’evoluzione delle politiche di parziale apertura e poi di chiusura dei confini portate avanti dai paesi dell’Occidente dopo la fine del primo colonialismo. La tesi dell’autore è che queste politiche non servano a molto, dato che il numero delle persone in movimento è in costante aumento e segue canali diversi da quelli spesso evidenziati dalla cronaca dell’immigrazione illegale. Il testo è ricchissimo di aneddoti e storie, che evidenziano ora l’assurda crudeltà di alcune misure, ora la ragione propagandistica di altre, ma soprattutto la sostanziale inefficacia di tutti questi provvedimenti. Gabriele pensa anche che in futuro Lampedusa sarà una nuova Ellis Island con tanto di museo dell’immigrazione che verrà visitato dai milioni di discendenti delle persone che sono passate da là.
Concordiamo con Gabriele sulla necessità di studiare la libertà di movimento e i suoi impedimenti anche nel suo sviluppo storico. Allo stesso modo, ci interessiamo alle cause profonde che giacciono alla base della scelta di emigrare. Il nostro punto di partenza è sempre, infatti, l’autonomia, la volontà e l’agency delle persone in movimento.

Gabriele termina il suo lavoro con una nota di ottimismo: la fine del razzismo sarebbe vicina perché la società diventa sempre più meticcia. Porre fine alla linea del colore sarebbe infatti il primo passo per porre fine ai naufragi e all’apartheid in frontiera. Il successo che contraddistingue le destre europee alle urne e le loro ideologie razziste basate su un sistema di identità/alterità ci dà però uno sguardo meno positivo sul futuro. Noi sentiamo inoltre il bisogno di rilanciare la libertà di movimento dal punto di vista ideologico e della proposta politica pratica. La risposta per noi può e deve partire da un lavoro di collettivo e di militanza che includa anche le persone in movimento, i loro desideri, la loro dignità e i loro contributi. Perché l’apertura delle frontiere non sia solo una prospettiva tecnica ma perché questa definisca anche la cifra della società che faremo, quella in cui ci sentiremo tutt3 partecipi.

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