CONSUMÀTE SIAMO! Il riuso dal globale al quartiere

LA GENESI DI TUTTO: IL CONSUMO

Nonostante l’atto del riutilizzare le cose sia sempre stato connaturato al vivere quotidiano dell’essere umano, nella contemporaneità ci ritroviamo a dover gestire la pressione, che ci accompagna fin dalla nascita, a consumare, cambiare, buttare.

Senza addentrarsi in complessi ragionamenti filosofici, psicologici e sociologici sul perché abbiamo sviluppato il bisogno di consumare, possiamo comunque individuare una dinamica semplice: produrre cose, estrarre e venderle sta alla base dell’attuale paradigma economico globale. Noi dobbiamo quindi comprare e buttare per tenere in piedi questo tipo di produzione, e non il contrario. 

Ma cosa succede se, nonostante l’enorme strapotere dell’industria e della finanza, ci si accorge che lo sviluppo (inteso secondo l’economia mainstream, come crescita del PIL) ha dei limiti fisici di non poca importanza?

Le istituzioni internazionali hanno risposto inventando la più interessante pezza della storia contemporanea: il concetto di sviluppo sostenibile, il tentativo di conciliare a tutti i costi il mantenimento della crescita continua con la tutela del pianeta. 

LA PEZZA: LA GESTIONE DEL POST-CONSUMO

In questo contesto, le politiche europee di tutela ambientale sono sempre state fortemente improntate sulla gestione di scarti e rifiuti che inevitabilmente si devono produrre. 

Per ovviare dunque allo spettro dell’inquinamento, è stata tracciata sulla carta una gerarchia di priorità di intervento sui rifiuti, ben rappresentata dalla piramide rovesciata (vedi figura).

In linea teorica, si dovrebbe scegliere sempre ciò che sta in alto, a parità di opportunità. Nella pratica, a partire dagli anni ‘90 è stato invece creato un nuovo mercato che punta ai livelli intermedi della piramide, il riciclaggio ed il recupero. Si tratta di opzioni più dispendiose in termini di consumo di acqua ed energia, più impattanti in termini di emissioni, ma allo stesso tempo più redditizie: dalla fine degli anni ‘90 in Italia ad esempio si è creato il più grande settore d’Europa sul riciclaggio, gestito dai consorzi di filiera.

Entriamo adesso in un terreno concettuale delicatissimo: di fatto non esiste alcuna differenza fisica fra ciò che si considera rifiuto e ciò che non lo è. Non c’entra con la qualità dell’oggetto o con la sua funzionalità: una tazza con il manico rotto può abitare per anni sulla mia scrivania come portapenne e non essere mai considerata un rifiuto, e una tazza intera può finire dentro un cassonetto e subire le procedure secondo la ormai familiare piramide. Il discrimine è comportamentale, è un fatto di volontà. Ogni persona decide che una cosa diventa rifiuto a partire dalla cosiddetta “intenzione di disfarsene”.

LA SVOLTA: UTILIZZO PERMANENTE (E COMUNITARIO)

Nella lotta per spostare sempre di più l’asticella della prevenzione, è quanto mai necessario: 

  • definire il perimetro sociale e politico del consumo
  • guardare alla storia delle nostre città e al loro recente passato

Sul primo punto, secondo il Rapporto sul Riuso 2021 (Occhio del Riciclone), ____ si verifica una “rotazione del consumo di beni durevoli”. I beni rimangono quindi in maniera permanente nella fascia verde in cima alla piramide, senza mai diventare rifiuti.

Sempre secondo il report, nelle dinamiche complesse che orientano il “comportamento del cittadino” a rivolgersi a servizi di riuso invece che al sistema di gestione dei rifiuti (tutto ciò che sta al di sotto della linea della piramide), si possono individuare delle variabili quali “la legge del minor sforzo, il rapporto costo/opportunità, i costi di transazione in avanti”.

Al di là dell’importante analisi scientifica condotta in questo documento, è fondamentale notare come tutti fattori citati sono propri di una società fortemente individualizzata, in cui la singola persona (o la singola famiglia mononucleare) è forzata ad operare una scelta razionale basata sulla “massimizzazione dell’utilità”.

In parole povere: o mi conviene in termini di tempo e costi, oppure mi affido al cassonetto. 

Tutt’al più devo essere una persona sensibile, con degli ideali (e un privilegio) molto forti, disposta a mettere energie e carico mentale nel trovare soluzioni di riuso alla gestione dei miei beni.

E arriviamo al secondo punto. Cosa succede se, oltre la mera dimensione individuale, ci si concentra sull’infrastruttura sociale della condivisione?

A Palermo, ad esempio, sono ancora visibili i segni di una cultura materiale del riuso fatta di attività che un tempo erano considerate veri e propri mestieri (dai cenciaioli ai calzolai), e che sono state progressivamente relegate in contesti socio-economici di marginalità. 

Il mercato dell’usato dell’Albergheria, ad esempio, ci dice molto su come le economie praticate nello spazio pubblico, e in una dimensione plurale (al momento l’associazione Sbaratto ha mappato circa 120 mercatarɜ che vendono singolarmente la propria merce) danno corpo a un sistema di relazioni e di prossimità che facilitano lo scambio o la vendita di beni di modico valore.

Prendendo spunto dalla dimensione di comunità territoriale, da un paio di anni al circolo organizziamo periodicamente dei momenti di scambio di vestiti e accessori provenienti dai nostri armadi straripanti di merce che siamo state indott3 ad accumulare.

Dopo diversi incontri, ci rendiamo sempre più conto che dietro ad un gesto così semplice come scambiare quello che abbiamo in eccesso, ci sono tantissimi livelli di riflessione, e ne vorremmo almeno due:Il primo e più immediato è che non riusciamo ad avere pochi vestiti, e che siamo espostɜ al condizionamento sociale legato all’immagine molto più di quanto immaginiamo. Noi teniamo molto a sottolineare che lo swap è uno spazio di reciprocità, dove portare cose belle e in buono stato, che ci si aspetterebbe di trovare e prendere per sé. Tuttavia notiamo sempre un pò di candida tendenza a volersi “disfare” di una roba ormai insopportabile, che non si riesce più a gestire, di cui non si vuole avere più responsabilità. Ci siamo quindi ritrovatɜ spesso a gestire un deposito improvvisato del tessile, creando un piccolo flusso di abbigliamento fra il circolo, l’associazione Sbaratto, Emmaus Palermo.

Il secondo spunto è che emergono in maniera lampante le differenze di genere, e le difficoltà a superare determinati schemi di accettabilità e conformità dei corpi. Nessuna delle donne con cui abbiamo parlato ha raccontato di avere pochi vestiti a casa, anzi al contrario, l’eccessiva mole di abbigliamento diventa problematica per alcune. All’opposto l’atteggiamento degli uomini, spesso reticenti di base a partecipare, a mostrare che si interessano di vestiti, ed in ogni caso a sentire il bisogno di sbarazzarsi di vestiti in eccesso. Spesso vengono per bere qualcosa insieme, per chiacchierare, godendo dei preziosi tesori che lo swap, comunque, regala.

Naturalmente, in queste considerazioni non c’è giudizio sulle persone, piuttosto una domanda aperta stimolata dalle soggettività che hanno frequentato questi momenti condivisi e dalle riflessioni legate a quelle persone che non siamo riuscit3 a raggiungere, e una critica ai condizionamenti sistemici, e al modo in cui agiscono nei nostri consumi.

Lo swap è in questo senso una modalità diversa da assemblee, comunicati e manifestazioni (che sempre ci vogliono!) per mettere in luce quanto iniquo e schiavizzante sia il modello produttivo e distributivo della fast fashion, di come abbia saturato il pianeta e delle modalità e dei tempi che invece più ci appartengono. Ce ne rendiamo conto insieme, fra un cambio di stagione e un rammendo collettivi.

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