Dal mare al carcere: Una giustizia veramente cieca

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Secondo report trimestrale 2023

“Mi hanno incastrato con un reato che non ho commesso, sono stato la vittima in un viaggio da incubo, questa cosa mi fa impazzire… Come mai la giustizia italiana è diventata così, una giustizia veramente cieca?”

– H., detenuto dal 2020.

Tra le tante persone che ci scrivono dal carcere, H. non è l’unico a raccontare di aver vissuto un incubo, o a chiedersi che fine abbia fatto la giustizia in Italia. Le stesse parole sono usate dalle persone quando escono dal carcere e hanno la possibilità di raccontarci la loro storia di presenza. Negli ultimi tre mesi abbiamo avuto il privilegio di incontrare diverse persone rimesse in libertà e di avere notizia di scarcerazioni in altre zone d’Italia a Perugia, Carrara, Bari e Agrigento. Alcune di queste persone hanno semplicemente finito di scontare la pena a cui erano state condannate, altre, invece, sono state assolte grazie al lavoro di avvocat* con cui abbiamo avuto il piacere di collaborare. Ma ancora tante, troppe persone rimangono dietro le sbarre. Abbiamo scelto, quindi, in questi mesi di far luce su chi, purtroppo, continua ad essere recluso. In primo luogo abbiamo collaborato con il giornalista Luca Rondi di Altreconomia su un’inchiesta che ha rivelato che circa 1.100 persone sono rinchiuse nelle carceri italiane per il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, quasi tutte straniere (1.012). Oggi seguiamo da vicino i casi di 60 di queste persone, accusate di aver guidato una barca che ha attraversato la frontiera italiana. Più della metà delle persone che ci scrivono sono rinchiuse nelle carceri siciliane, mentre le altre sono detenute in altre regioni d’Italia, in Liguria, Toscana, Puglia e Calabria. 

In secondo luogo, abbiamo scritto per il XIX rapporto dell’Associazione Antigone un approfondimento, dove abbiamo riflettuto sul fatto che i capitani sono tra le persone più colpite dalle politiche razziste durante la loro detenzione, ed abbiamo esaminato alcune caratteristiche delle loro storie che fanno emergere la forte connotazione afflittiva della pena. Leghiamo questa afflittività al carattere politico del reato di favoreggiamento, e all’intersezione di caratteristiche delle persone criminalizzate che rendono il razzismo istituzionale del carcere ancora più evidente. La mancanza di una rete sociale sul territorio, della conoscenza della lingua italiana e delle regole del sistema carcerario, dovute al fatto che i presunti scafisti vengono arrestati al momento del loro arrivo, rendono invisibili le persone criminalizzate. Contro questa condizione hanno alzato la voce tre capitani palestinesi detenuti in misura cautelare nel carcere di Catania, che hanno portato avanti uno sciopero della fame.

Ci siamo confrontati in questi mesi anche con l’uso improprio del regime dell’isolamento, messo in atto troppo frequentemente, che produce un effetto particolarmente deleterio verso i detenuti stranieri. Tra le persone che hanno subito e stanno subendo alcune forme estreme di questi processi, abbiamo segnalato il sig. M., attualmente detenuto in un carcere nel Sud Italia, che dopo una diagnosi di sieropositività è stato posto in isolamento “per motivi sanitari”, dove si trova tuttora. Non ricevendo informazioni utili per elaborare la sua condizione e, trovandosi in isolamento prolungato, il sig. M. è caduto in una depressione profonda e per un periodo ha commesso regolari e gravi atti di autolesionismo che hanno messo a rischio la sua vita. 

Insieme alla legale di M., stiamo cercando una struttura adatta dove possa scontare la pena in misura alternativa alla detenzione, cercando di mettere a frutto un lavoro più ampio che stiamo portando avanti in questi mesi. Il contatto con le persone detenute e i loro avvocati, nonché con qualche educatrice ed educatore che è venuto a conoscenza del nostro progetto, infatti, ci ha portato a ricevere numerose richieste di supporto nella procedura di accesso a misure alternative alla detenzione. Nonostante questo sia particolarmente difficile per le persone condannate per favoreggiamento (a causa del carattere ostativo del reato sancito dall’art. 4bis dell’ordinamento penitenziario) stiamo cercando di superare gli ostacoli posti dalla legge e dalla condizione di isolamento sociale in cui si trovano i capitani detenuti, attraverso la presa di contatto con comunità in tutto il Sud Italia per mappare le disponibilità all’accoglienza, il monitoraggio di strategie legali, e la condivisione con gli avvocati delle risorse della nostra rete. L’auspicio è quello di creare una giurisprudenza favorevole e, più in generale, le condizioni che consentano anche alle persone condannate per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare di scontare, almeno parte della pena, fuori dal carcere. 

Dati: Un’analisi di diverse strategie di criminalizzazione dell’Italia e oltremare

Dall’inizio dell’anno, monitorando gli articoli di cronaca, abbiamo contato 75 fermi di persone accusate di essere scafisti. Sulla rotta libica, le persone di nazionalità egiziana continuano ad essere le più frequentemente criminalizzate. Mentre, per quanto riguarda la rotta che parte dalla Turchia, a essere indagate sono sempre più le persone che provengono dall’Asia centrale; a differenza dell’anno scorso, finora è stato arrestato un numero esiguo di cittadini turchi e russi, e nessun cittadino ucraino. E’ importante dire che queste 75 persone costituiscono meno della metà dei fermi rilevati per lo stesso periodo dell’anno scorso – 178 persone – nonostante siano state più del doppio le persone arrivate via mare quest’annocirca 60.000 persone, rispetto alle circa 25.000 persone per lo stesso periodo nel 2022. Questo cambiamento vuol dire che la criminalizzazione sistematica dei presunti scafisti ha subito una battuta d’arresto?

In realtà, crediamo proprio di no. Innanzitutto, è possibile che la notizia degli arresti non venga più riportata dai giornali con la stessa frequenza di prima. Inoltre, è importante notare che c’è una correlazione fra il basso numero di fermi di questi mesi e il fatto che metà delle persone arrivate via mare sono partite dalla Tunisia. Un grande cambiamento rispetto all’anno scorso: infatti, mentre nei primi sei mesi del 2022 erano circa 5.000 le persone giunte in Italia tramite questa rotta, in questi ultimi sei mesi sono state ben 30.000. Ciò nonostante, abbiamo registrato pochissimi arresti in seguito agli sbarchi dalla Tunisia, un fenomeno per il quale ci potrebbero essere varie spiegazioni, tutte connesse in modo più o meno stretto alle diverse dinamiche della rotta: molte delle barche sono più piccole e auto-organizzate rispetto ad altre rotte, per esempio. Ma soprattutto, non dobbiamo dimenticare che il Governo Italiano ha stipulato accordi sempre più stretti con quello Tunisino, che hanno portato al potenziamento del sistema di deportazioni verso il Paese nordafricano. Questo fatto, unito all’alta percentuale di persone tunisine che approdano in Italia in violazione di un divieto di reingresso, fa pensare che agli occhi delle autorità risulti più pratico trattenere queste persone in hotspot o CPR e deportarle direttamente piuttosto che sottoporle ad un procedimento penale con l’accusa di essere scafisti.

Nonostante il carattere spiccatamente autoritario del governo di Kais Saied, e le istigazioni istituzionali ad atti di razzismo violento e persecutorio verso le persone nere, l’UE ha dichiarato che fornirà 100 milioni di euro al Governo Tunisino come contributo per la gestione dei confini – con l’ulteriore promessa di due miliardi di euro dal Fmi. Un vero e proprio ricatto per “contrastare gli scafisti”. E quello Tunisino non è l’unico governo autoritario con cui l’Italia fa accordi. Il Governo Italiano, infatti, continua a regalare navi alla marina militare libica; inoltre, poche settimane dopo che la presidente Meloni ha dichiarato l’intenzione di combattere gli scafisti “in tutto il globo terracqueo”, il governo Libico ha mandato dei droni per bombardare gli “smugglers” e le loro barche in zone civili. Non ci resta che concludere che tutto sembra possibile se giustificato dal contrasto agli scafisti. 

Abbiamo avuto modo di rilevare che la lotta agli scafisti e, in generale, alle persone migranti, in questi ultimi mesi ha percorso anche strade diverse rispetto agli arresti e ai procedimenti penali. Lo abbiamo potuto osservare stando accanto a due capitani gambiani che a metà aprile hanno finito di scontare la loro pena in carcere. La serialità dell’utilizzo della detenzione amministrativa ha fatto sì che entrambi venissero subito trattenuti in un CPR – uno di loro c’è stato pochi giorni, l’altro due mesi. Finalmente liberi hanno dovuto fare i conti con una dura verità: per loro in Italia le possibilità di regolarizzarsi sono, al momento, quasi inesistenti. Il c.d. decreto Cutro ha eliminato la possibilità di accedere alla protezione speciale per chi dimostra un positivo percorso di ‘integrazione’ in Italia e con essa la possibilità per loro, come per tantissimi altri, di sperare in un permesso di soggiorno. Ancora una volta la legge e la “giustizia veramente cieca” remano contro di loro.

Non solo per mare, ma anche per terra

Per criminalizzare l’attraversamento delle frontiere, l’Italia stringe accordi non solamente con i Paesi dall’altro lato del Mediterraneo, ma anche con altri Paesi UE. Mentre il numero di fermi dopo gli sbarchi è diminuito, abbiamo notato un numero sempre più alto di persone arrestate nell’ambito di indagini e operazioni di polizia più ampie, più costose e transnazionali, che coinvolgono anche il confine terrestre italiano. Queste operazioni hanno portato al fermo di più di 100 persone solamente negli ultimi 6 mesi.

Diamo qualche esempio. L’indagine su ‘Hawala’, iniziata nel 2018 attraverso la collaborazione tra le autorità italiane ed Europol, si è conclusa due mesi fa con l’arresto di quasi 30 persone in tutta Italia. Nell’aprile del 2020, in piena pandemia, la polizia ha invece avviato l’operazione Astrolabia, stabilendo una collaborazione fra la polizia italiana, greca e albanese per tentare di bloccare gli arrivi in Puglia, sfociata in più di 20 arresti, fra cui quello di otto presunti skipper ucraini. Nello stesso anno, la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria ha pedinato un gruppo di autisti afghani che hanno aiutato alcuni connazionali ad arrivare in altri Paesi europei: l’operazione Parepidemos si è conclusa con l’arresto di quattro cittadini afghani in Francia e Germania. Allo stesso modo, nel 2022 la Dda di Catania ha avviato un’indagine, Landaya, che si è conclusa con una ventina di arresti di cittadini dall’Africa Occidentale in tutta Italia, in coordinamento con la polizia francese. In un’operazione connessa, Pantografo, le autorità italiane, in collaborazione con quelle francesi, hanno eseguito l’arresto di 13 persone nella tendopoli di Ventimiglia, in un blitz all’alba ipermediatizzato e con tanto di cani ed elicotteri.

Ci chiediamo quanto queste indagini somiglino a quelle che sono sfociate nel procedimento penale contro quattro cittadini eritrei che per anni hanno dovuto difendersi da accuse di favoreggiamento molto simili a quelle citate. Dopo essere stati ritenuti responsabili di aver sfruttato i loro connazionali nei primi due gradi di giudizio, sono poi stati assolti in Cassazione. Casi come questi dimostrano che atti volti a favorire l’attraversamento delle frontiere possono essere spesso meglio interpretati come atti di solidarietà e di auto-organizzazione delle comunità migranti. Ne parliamo più approfonditamente insieme a Carlo Caprioglio e Karl Heyer in un articolo pubblicato sul blog Border Criminologies.

Una rete dal Mediterraneo alla Manica

Nel mese di aprile si è concluso il ciclo di incontri formativi, iniziato a settembre 2022, rivolto principalmente ad avvocat* e pensato per meglio approfondire da un punto di vista giuridico la criminalizzazione dei c.d. scafisti e per creare una rete di legali in grado di assicurare una piena ed effettiva difesa ai capitani sottoposti a procedimento penale. Abbiamo organizzato tre incontri in diverse città della Sicilia – Agrigento, Palermo e Catania – ciascuno con un focus giuridico ben delineato. Il primo incontro ha avuto come tema quello delle indagini difensive e dell’importanza per la difesa di reperire testimoni; il secondo si è concentrato sulle diverse applicazioni del reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, sulle possibili strategie difensive anche alla luce della normativa della CEDU; mentre il terzo ha avuto ad oggetto la fase dell’esecuzione della pena con particolare riferimento all’accesso – e alle difficoltà di accesso – alle misure alternative alle detenzione. Ringraziamo le avvocate di Borderline Sicilia che sono state fondamentali all’organizzazione, i Consigli dell’Ordine delle tre città, l’associazione forense Fucina Legale di Catania e Radio Radicale per aver registrato gli incontri.

Della criminalizzazione nel Mediterraneo abbiamo parlato con Radio Blackout di Torino; ma vogliamo ricordare che la criminalizzazione non ha luogo solamente nel Mediterraneo ma in tanti altri luoghi nel mondo, fra cui anche il canale della Manica. Da un anno una nuova legge inglese ha intensificato la criminalizzazione, e sempre più persone vengono arrestate al momento del loro arrivo in Inghilterra. A giugno abbiamo presentato il nostro progetto a Londra, insieme a Captain Support UK – il gruppo locale della rete transnazionale Captain Support, di cui anche noi facciamo parte. In un’assemblea pubblica, abbiamo avuto modo di introdurre il tema a realtà impegnate in diverse lotte a Londra (fra cui Lgsm, e la rete Anti-Raids) e di confrontarci sul lavoro di solidarietà e di approfondimento da portare avanti al livello transnazionale. Come noi, il gruppo inglese monitora gli arresti, le udienze e le scarcerazioni delle persone accusate; a differenza nostra, riescono a mantenere il contatto con alcuni detenuti tramite colloqui in carcere e conversazioni telefoniche – modalità di supporto delle persone criminalizzate che abbiamo riscontrato essere molto difficili da ottenere in Italia se non si è parente o congiunto della persona detenuta. Ringraziamo tutt* coloro che hanno partecipato, nonché l’archivio May Day Rooms per averci ospitato.

‘Dal mare al carcere’
un progetto di Arci Porco Rosso e borderline-europe
13 luglio 2023

[Immagine di Brian Stauffer]

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