A un mese dallo sgombero

È passato esattamente un mese dallo sgombero, graduale e subdolo (ma non per questo meno violento), dell’insediamento di Fontane D’Oro, tra Campobello di Mazara e Castelvetrano. Fontane d’oro avrebbe dovuto costituire la “soluzione abitativa”, indicata dalle stesse istituzioni appena un mese prima, in fase di sgombero dell’insediamento all’ex Cementificio. 

Il 21 giugno, giorno del secondo sgombero, eravamo andati a Campobello come ogni settimana con il nostro Sportello mobile e avevamo in programma due accompagnamenti importanti: uno di un ragazzo al SERD e uno di una ragazza al consultorio per una visita urgente. Quel giorno non abbiamo trovato nessuno, a parte le forze dell’ordine. Siamo andati in giro per le campagne, gli uliveti e le spiagge vicine, per cercare le persone sgomberate, al fine di restare in contatto e portare avanti i percorsi intrapresi in questi anni, nati da un misto di forza, sofferenza, fiducia e rivendicazione. 

Oggi il ghetto non esiste più, ma i suoi e le sue abitanti sì, e la marginalità se la portano dietro, non perché è loro propria, ma in quanto effetto di una criminalizzazione e precarizzazione sistemica. Di contro, il nostro sportello mobile, di cui fa parte un operatore che ha vissuto per anni nel ghetto, sta cercando di continuare quel lavoro di supporto sociale di vicinanza che non riteniamo possa essere interrotto da un’operazione coercitiva messa al servizio della propaganda su “legalità” e “sicurezza” da parte delle istituzioni locali, per altro in forte crisi di credibilità, ulteriormente aggravata a seguito dell’arresto di Messina Denaro.

In queste prime settimane di sportello mobile senza più ghetto, ci stiamo interrogando su come continuare a stare nelle periferie delle nostre terre, che negli ultimi quattro anni abbiamo imparato a conoscere a partire dalla matrice di quel luogo. Questa riflessione ci ha già portatə in altri piccoli comuni della Sicilia occidentale, a incontrare tante persone in situazioni abitative, lavorative e di vita molto diverse tra loro. Per restituire la complessità di questo reale, per non appiattire le narrazioni, distorcerle e uniformarle, raccontiamo questo momento attraverso frammenti di storie vissute dalle persone che incontriamo. Abbiamo pensato di cominciare dalla storia di A.

A. è un ragazzo di origini gambiane e, come in tanti della sua generazione, è arrivato in Italia da minore nel 2017. Viveva da 5 anni nel ghetto dell’ex Cementificio alle porte di Campobello di Mazara, in cui si era trasferito dopo aver perso l’accoglienza in un centro, a causa dei cosiddetti “decreti sicurezza” e della irregolarizzazione che hanno causato per centinaia di persone. Non essendo più in possesso di un permesso di soggiorno valido, ha avuto problemi a trovare un lavoro stabile in agricoltura. Così, ha deciso di mettere su un piccolo ristorantino all’interno del ghetto. Il reddito percepito gli ha permesso da un lato di contribuire alla vita di quella che era diventata la sua comunità di riferimento e, dall’altro, di dar  spazio alla sua creatività da chef. 

Nell’ultimo anno ha sviluppato una dipendenza da sostanze e per questo si è rivolto a noi, chiedendo supporto nel suo percorso per affrontarla. Abbiamo così preso un appuntamento al SERD (Servizio per le Dipendenze) di Castelvetrano, che tuttavia non ha più potuto riceverci per mancanza di personale. Questo SERD infatti, si trova in serie difficoltà per il progressivo taglio di fondi dedicati a questi servizi, nonostante l’alto tasso di persone con dipendenze nella zona.  A. è stato così reindirizzato al SERD di Mazzara del Vallo ma non ha potuto presentarsi proprio perché il giorno dell’appuntamento è avvenuto lo sgombero definitivo di Fontane D’Oro.

A. non ha un cellulare ma grazie a degli amici, ci siamo riusciti a ritrovare poche ore dopo, così siamo tornatǝ a Palermo assieme. Grazie all’ospitalità di un amico in città, A. ha deciso di trasferirsi ed è stato così possibile chiedere la presa in carico ai servizi del capoluogo. Il suo percorso sta procedendo bene, A. continua con la sua solita ironia a immaginare i suoi prossimi passi. È determinato ed è seguito da assistenti sociali e medici che l’hanno messo in contatto con una comunità di recupero. A ostacolarlo, sia in questo che nella ricerca di un lavoro e di una soluzione abitativa, è arrivato il rigetto del ricorso contro il decreto di espulsione. Lo aveva ricevuto nel corso del primo sgombero, e da allora è quindi esposto al rischio di deportazione e all’impossibilità di ottenere dei documenti. Il rigetto è stato motivato dalla considerazione che le cure di cui necessita “non siano urgenti”. La conseguenza? Niente ingresso in comunità di recupero. Il suo diritto alla salute è stato, di fatto, profondamente minato. 

Crediamo che la storia di A. – come quella di molte altre persone – riveli in maniera esemplificativa quanto discriminatorio sia uno “stato di diritto” in cui per chi è poverə, soprattutto se stranierə, le possibilità reali di accedere a servizi pubblici siano di fatto inesistenti. Soprattutto oggi, con una legge razzista come quella che ha convertito il decreto Cutro e con la designazione del Gambia – ma anche della Nigeria, della Costa D’Avorio, di Capo Verde… – come paese d’origine sicuro. Tutto questo rende praticamente impossibile ottenere dei documenti, esponendo le persone a condizioni anche estreme di marginalizzazione e a rischio quotidiano di detenzione e deportazione. Questo non fa che aumentare quella marginalità che la propaganda istituzionale dice di voler contrastare a furia di sgomberi. 

[Immagine di Giulia Gianguzza]

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