Vinni u libici e dannu fici. Si dannu nun fici ‘unn’era libici

Paola La Rosa, cara amica e memoria storica di Lampedusa, ci ha raccontato questo modo di dire isolano. Nel detto si descrive la relazione tra abitanti locali e l’impietoso vento libeccio, che quando passa sconquassa i porti e la vita Lampedusana; però, se non c’è alcun sconquasso, vuol dire che ci si è solo illusǝ che fosse libeccio, che qualcosa stesse cambiando.

Ad inizio di ottobre l’isola di Lampedusa è stata sconquassata da una serie di commemorazioni ed eventi pubblici. Da tutto il mondo flotte di studentǝ, attivistǝ, giornalistǝ, espertǝ di migrazioni, telecamere e microfoni sono arrivatǝ sull’isola per partecipare al decennale delle stragi del 3 e 11 ottobre 2013. Fra loro c’era anche qualche sopravvissuto alle stragi, qualche parente di dispersǝ che tenacemente si è recato sull’isola per raccontare una storia diversa, la loro storia.

Uno sconquasso ancor maggiore lo fecero le stragi del 3 e 11 ottobre 2013: il mancato soccorso e centinaia di morti risultanti, le immagini delle bare ammassate nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa, ebbero un grande impatto nell’opinione pubblica, provocando una risposta nell’azione SAR in mare (search and rescue, ricerca e soccorso), istituzionale e non. Si basti pensare che a seguito di questi massacri furono istituiti l’operazione di ricerca e soccorso Mare Nostrum, la Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime dell’Immigrazione e il numero verde di Alarm Phone.

Ricordare quelle stragi in mare è un obbligo e un dovere. A farlo si sono alternate commemorazioni ufficiali con i riflettori in piazza, seminari accademici, spettacoli teatrali notturni, commemorazioni interreligiose, contestati dibattiti tra attivistǝ, CommemorAction incentrate sull’attribuzione di responsabilità istituzionale per le morti. Spesso questi eventi erano in contrapposizione l’uno a l’altro, come a voler fornire una risposta, una spiegazione, per delle morti a cui ancora non si riesce a dare un senso.

“Mai più morti in mare” si diceva nel 2013 e si è continuato a dire 10 anni dopo. Mai più. Eppure, mentre i/le relatorǝ erano sul palco per la celebrazione, il 2 ottobre è arrivata la notizia del ritrovamento di un altro cadavere incagliato sugli scogli di Punta Alaimo, nella zona nord di Lampedusa. Anche adesso, mentre scriviamo, sono appena stati ritrovati altri 5 cadaveri sulla spiaggia di Selinunte, a seguito di uno sbarco fantasma. Dalle vaghe stime, sappiamo che dal 2013 a oggi più di 2.609 cadaveri sono arrivati sulle coste italiane (ICRC, Couning the Death), mentre più di 28.196 sono i morti e i dispersi nel Mediterraneo (IOM, Missing Migrants).

Né il 2013 né il suo decennale, e neanche la strage di Cutro, sono riusciti ad essere lo spartiacque del “mai più”. Non sono, non siamo, riuscitǝ a mettere un punto sulla strage provocata dalle politiche italiane ed europee di chiusura delle frontiere. La presenza e il continuo rinforzo di queste frontiere, l’assenza di un regime sicuro di assegnazione del visto, l’impossibilità dell’accesso regolare, le omissioni di soccorso da parte delle guardie costiere, continuano mietere le loro vittime. Nonostante l’enorme costo in vite umane, nonostante l’enorme danno, ci si è illusǝ che fosse libeccio, che qualcosa potesse cambiare. Ma allora cosa sono servite queste commemorazioni?

Non siamo riuscitǝ ad arrivare ad un mai più, ma la commemorazione non è solo un momento in cui dare risposte, ma è anche lo spazio in cui ci si ritrova assieme, nella stessa umanità, nella stessa lotta, nella stessa scia delle morti, come ci insegna Christina Sharpe in In the Wake.

Come Arci Porco Rosso abbiamo partecipata al Maldusa camp : on land and on sea –  Solidarity with People on the Move ( trad. Campeggio Maldusa: in terra e in mare – Solitarieà alle Persone in Movimento), assieme ad associazioni e compagnǝ della rete attivista di Maldusa e Alarm Phone. Per noi è stato fondamentale ritrovarci con i compagni e le compagne sull’isola, che sono attivǝ nel soccorso in mare e sull’altra sponda del Mediterraneo, dalla Tunisia e dalla Libia, alla Nigeria. Una rete di compagnǝ unitǝ nella stessa lotta per la difesa della vita umana, contro il regime delle frontiere, sul mare e sulla terra. Se vogliamo dire mai più dobbiamo essere in grado di costruire assieme una contro-narrativa che sia in grado di attribuire le responsabilità politiche e morali per queste morti, fuori e dentro le aule di tribunale, nelle piazze e nei giornali. Siamo convintǝ che sia soltanto con il lavoro congiunto, con l’internazionalizzazione delle lotte, che riusciremo a raggiungere quel mai più verso il quale stiamo puntando. Perché, come si diceva una volta, “non potete fermare il vento, potete solo fargli perdere tempo”.

 

Incontro di piazza a Lampedusa.

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