Se si “privatizzano” gli insediamenti informali: la raccolta olivicola del 2023 a Campobello di Mazara (TP) a fronte della politica degli sgomberi. 

«It’s not easy…» dice un abitante del ghetto guardando i resti della propria casa, una baracca buttata a terra da una ruspa su ordine della Prefettura di Trapani. Campobello di Mazara, luglio 2023.

In questo articolo cercheremo di ricostruire le vicende inerenti alla raccolta olivicola di quest’anno (settembre-novembre 2023) nell’area di Campobello di Mazara, all’indomani dello sgombero dell’insediamento informale dell’ex cementificio, messo in atto lo scorso 24 maggio con modalità più volte denunciate. L’obiettivo è di dare una narrazione di ciò che molte delle persone che abbiamo supportato hanno vissuto sulla propria pelle, denunciato, rivendicato e anche rifiutato, in un quadro quanto mai complicato all’interno del quale le diverse parti istituzionali in gioco si sono rimpallate inadempienze e responsabilità.

Lo sgombero dell’ex cementificio [1] sembrava essere diventato, nei mesi antecedenti all’episodio, uno dei maggiori obiettivi di larga parte delle istituzioni locali coinvolte nel contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato, un obiettivo perseguito abbastanza ciecamente, per lo più senza ricercare il dialogo con lə abitantə dell’insediamento né con le realtà di supporto e senza mettere in atto davvero delle politiche dell’abitare – seppure in parte pianificate – volte a fornire una soluzione abitativa agli stagionali in arrivo, strutturalmente, ogni anno. L’ex cementificio non è stato, durante la stagione di inizio della raccolta, l’unico luogo ad essere sgomberato. Nell’area tra Campobello e Castelvetrano sono state messe in atto, da parte delle istituzioni locali, diverse tipologie di sgombero che si sono concretizzate nell’allontanamento, a volte coatto, di determinate persone anche da luoghi quali magazzini, terreni, giardini e ville pubbliche, e in certi casi – ci riferiscono ə nostrə utentə – anche da case private in cui un amico poteva dare ospitalità. Non è dunque corretto affermare che le istituzioni anche quest’anno non abbiano fatto niente: esse si sono, di fatto, concentrate nel mettere in atto una politica degli sgomberi volta ad allontanare dal territorio delle persone afferenti a determinate categorie sociali, in particolare persone etichettate come “migranti” e alcune giovani donne italiane senza fissa dimora. L’amministrazione comunale di Campobello, invece di sollecitare per tempo le istituzioni regionali e nazionali per l’apertura del campo di Fontane d’oro, ha portato avanti la politica appena descritta, ordinando addirittura di far togliere le panchine dal paese per evitare “bivacchi”, nonostante la smentita del sindaco che asserisce che le motivazioni sarebbero da ricercare nella necessità di lavori di restauro per le suddette.

In tutto ciò, il 30 settembre è stato l’anniversario della morte di Omar Baldeh, bracciante stagionale che ha perso la vita nell’incendio che divampò nel 2021 nell’ex cementificio e distrusse quasi completamente il ghetto. In occasione di questa ricorrenza, si è tenuta a Campobello di Mazara una manifestazione contro lo sfruttamento della terra e delle persone, con un corteo che ha sfilato per le vie del comune e che ha visto coinvoltə oltre a Contadinazioni-FuoriMercato, molti braccianti dell’area – già esasperati da una vita di precariato e, localmente, dalla politica degli sgomberi – ed un’ampia rete di realtà siciliane, tra cui anche la nostra.

Nonostante la potenza della manifestazione, si arriva ad ottobre in una situazione molto grave di generale incertezza: i braccianti stagionali continuano ad arrivare da Foggia e da altri luoghi di raccolta; arrivano nei furgoni o a piedi e rimangono allibiti di fronte al cancello chiuso di Fontane d’oro, l’ex oleificio dove da anni viene messo in piedi, sempre abbastanza in ritardo, il campo istituzionale usualmente gestito dalla Croce Rossa con i fondi regionali – una misura messa in campo per le centinaia di braccianti che si impegnano nella raccolta non avendo altre soluzioni abitative alternative, nonché a fronte della difficoltà di trovare padroni di casa che affittino regolarmente i tanti alloggi sfitti. C’è chi si organizza e rimane a dormire nelle aiuole che fiancheggiano il cancello. Non è neanche più possibile montare le baracche per i ristorantini, che usualmente erano montate di fronte l’ex oleificio, proprio in contrada Erbe Bianche – dove sorgeva lo storico insediamento  – nel lembo di terra che dava sulla strada e che quest’anno invece è stato delimitato da una recinzione. Oltre agli stagionali esterrefatti in arrivo e agli altri braccianti (non solo stagionali) che stabiliscono le loro tende sotto gli ulivi, nascondendosi dai controlli a causa degli sgomberi, a passare in serata sono anche i proprietari delle aziende, che affermano di avere problemi più del solito a trovare manodopera.

Da parte del Sindaco di Campobello, tramite la stampa locale arrivano delle comunicazioni confuse e contraddittorie: il campo si apre ma in ritardo, il campo non si apre perchè la Regione non avrebbe concesso i fondi, il campo aprirà con dei fondi della protezione civile. Per queste ragioni decidiamo insieme ad altre realtà a supporto dei braccianti e ad una loro rappresentanza, di scrivere una lettera alle istituzioni, cui chiaramente non riceviamo alcuna risposta. Saremo convocatə, a seguito di solleciti, dall’Ufficio Immigrazione dell’Assessorato Regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro, a fine novembre, che ci renderà più chiari diversi passaggi soprattutto in merito alle responsabilità.

È dunque corretto affermare che parte delle istituzioni, con lo sgombero del “famigerato” ghetto dell’ex cementificio, ha perseguito l’obiettivo di contrastare la creazione di insediamenti informali e di combattere lo sfruttamento lavorativo e il fenomeno del caporalato? Come si può immaginare, assolutamente no. L’insediamento difatti non è che non si sia creato, ma semplicemente è mutato verso una soluzione più in linea con concetto di  “decoro urbano” così istituzionalmente inteso, al riparo degli occhi dellə cittadinə, del terzo settore, dei sindacati e della stampa, ovvero nel terreno di un imprenditore privato – allo stesso tempo datore di lavoro e ospite dei lavoratori. Questa situazione chiaramente ha posto i lavoratori in una condizione di aumentata ricattabilità, e ha creato molta reticenza nella rivendicazione dei propri diritti, lavorativi ed abitativi. Parlando con alcune persone da noi supportate a livello sociolegale, abbiamo appreso da alcuni che chi “beneficiava” di un posto dove mettere la tenda all’interno del terreno, veniva pagato circa un euro in meno per ogni cassetta di olive raccolte rispetto a chi invece aveva altra sistemazione (ad esempio, per strada), mentre da altri abbiamo appreso l’esistenza di una “tassa”, neanche bassa, per montare la tenda. Tutti i conti erano tenuti da un cosiddetto “capo nero”, che si presentava come l’assistente del datore di lavoro, e che era anche molto attento a non fare entrare nessunə operatricə sociale e legale, men che mai nessun giornalista, al grido:

«Qui è proprietà privata, non si può entrare e non potete parlare con nessun lavoratore! Per entrare è necessario chiedere l’autorizzazione all’ufficio dell’azienda agricola!».

La maggior parte delle persone all’interno del terreno ha lavorato per il proprietario del campo che quindi poteva affermare di avere accolto il sollecito del sindaco e di avere assicurato l’alloggio ai propri dipendenti, ma la situazione non era assolutamente così lineare e trasparente, anche nella misura in cui non tutti i braccianti ospitati lavoravano per lui. In più, quello appena descritto, non è stato l’unico insediamento informale che si è creato. In una grande struttura abbandonata poco distante, probabilmente una vecchia fabbrica o un vecchio oleificio, si è stabilito un altro nucleo di lavoratori, in maniera però del tutto spontanea. A differenza dell’insediamento “concesso” nella proprietà privata, in questo non vi era alcun accesso all’acqua corrente, né alcun generatore che potesse assicurare un po’ di luce nelle ore notturne o di ricaricare i cellulari.

Terminando la ricostruzione degli eventi, l’apertura di Fontane d’oro e la ricostruzione dei moduli abitativi donati dall’UNHCR è avvenuta tra il 7 e il 10 novembre, la settimana precedente al termine della stagione di raccolta. Aperto con i fondi della Protezione civile e, sembrerebbe, per interessamento del Governatore Schifani [2], il campo è sempre gestito dalla CRI e sarà aperto fino al 31 dicembre di quest’anno, con un grande spreco di fondi, visto che l’apertura non coincide con il periodo della raccolta. 

«No, non andrò a Fontane d’oro, da lì mi hanno sgomberato a luglio, buttando via le mie cose. Non si trattano così le persone e poi, come faccio a sapere che non risuccederà?»[3]

Il 13 dicembre, insieme alle altre associazioni firmatarie della lettera, come già accennato siamo infine statə ricevutə dall’Ufficio Immigrazione, dove abbiamo appreso, tra le altre cose, che per l’apertura di Fontane d’oro l’amministrazione comunale di Campobello aveva richiesto alla Regione 475mila euro, una cifra spropositata se paragonata agli altri anni, necessari anche per lavori infrastrutturali che però dovevano essere finanziati (questo e altro) con gli 1,3 milioni di euro del Pon legalità destinato alla realizzazione di un “ostello dei braccianti”, di fatto mai realizzato [4]. 

Per quanto riguarda il supporto sociolegale fornito da anni dal nostro sportello mobile, è utile descrivere brevemente i problemi più  frequenti legati alla sfera giuridica e amministrativa che riscontrano le persone che abitano gli insediamenti. Proprio perché l’agricoltura è caratterizzata dalla stagionalità e quindi da contratti brevi – quando ci sono – è frequente per le persone con status non “regolare” finire in circoli viziosi legali e burocratici: anzitutto l’impossibilità di sottoscrivere un regolare contratto di lavoro per chi non è in possesso di valido permesso di soggiorno rende impossibile dimostrare alle autorità competenti lo svolgimento di attività lavorativa, quasi sempre necessario al fine del rilascio o del rinnovo del permesso, e comunque anche per le persone regolari, la breve durata del contratto incide sulla durata del permesso di soggiorno per lavoro, o sul rigetto della richiesta di rilascio di altre tipologie di permessi di soggiorno; in secondo luogo per richiedere il rilascio o il rinnovo del permesso, le Questure richiedono sistematicamente la dimostrazione del luogo di dimora o residenza, requisiti anch’essi molto difficili da dimostrare per i lavoratori stagionali, che spesso si spostano nelle diverse zone di raccolta e quindi senza una situazione di stanzialità. 

Persone dunque che per motivi sistemici, legati al proprio status giuridico, si trovano già in una posizione vulnerabilizzata, precarizzata e invisibiizzata, sono state ulteriormente esposte a causa del fatto di 1) non sapere dove alloggiare e doversi “affidare” a figure intermediarie; 2) finire per alloggiare in quella che di fatto era la proprietà privata del proprio datore di lavoro, maggiormente esposti a estorsioni, sfruttamento lavorativo e dinamiche di potere attraverso il controllo; 3) vedere drasticamente ridotta la possibilità di ricevere un supporto sociolegale a causa dell’aumentato controllo e ricattabilità. Cosa succede, dunque, se si “privatizza un insediamento informale”? E’ ovvio che il termine ”privatizzazione” sia una provocazione: spesso gli insediamenti informali sorgono su proprietà private, magari al centro di controversie, come l’ex cementificio. Luoghi abbandonati in cui chi ha bisogno di una casa e non ce l’ha, la crea e che però non sempre vengono sgomberati, solo quando fa comodo o quando si vuole dare un messaggio di “forza” e controllo del territorio – magari da parte di un amministrazione già travolta dalle polemiche legate alla latitanza di uno dei più importanti boss di Cosa nostra. Far valere la proprietà privata a piacimento, seguendo la convenienza del profitto, porta a rendere ancora più ricattabili i lavoratori coinvolti nelle raccolte e, come dimostra il caso di Campobello, porta ad un nuovo affermarsi e rinvigorirsi del fenomeno del caporalato e dello sfruttamento lavorativo. Così come la politica degli sgomberi ha sempre creato, non solo a Campobello ma anche negli insediamenti più grandi, come quelli della Piana di Gioia Tauro, maggiore marginalizzazione, ricattabilità e – dopo un po’ – la creazione di nuovi insediamenti, in una sorta di eterno ritorno che si ripropone come si ripetono le raccolte, nella litania “tanto non cambierà mai niente”. I fondi pubblici, se non si vanificano come quelli del Pon legalità, ci sono (c’erano?). Se solo si capisse che la forza non sta nel buttare giù una baraccopoli ma nell’ascoltare le istanze di chi ci vive e delle realtà di supporto, si potrebbero pianificare, forse, interventi trasversali sensati [5].  Il nostro pensiero va infine alle persone sgomberate ancora più invisibilizzate in tale contesto, in quanto “non direttamente funzionali” alla raccolta, come le donne che vivevano nel ghetto dell’ex cementificio e tutte quelle persone il cui lavoro informale serviva a mandare avanti la vita del ghetto.

 

Giulia Gianguzza, operatrice sociale dello Sportello Sans Papiers

Elena Luda, operatrice legale dello Sportello Sans Papiers

 

[1] L’insediamento sorgeva nell’ex cementificio della Ex Calcestruzzi ed era sorto nel 2018 a seguito dello sgombero dello storico insediamento di Erbe Bianche. Entrambi gli insediamenti devono la propria origine alla mancanza di soluzioni abitative per le persone che arrivavano nell’area con lo scopo di trovare un impiego in qualità di braccianti stagionali per la raccolta delle olive. Negli anni ‘90,  per passare alla distribuzione dei prodotti olivicoli su larga scala, i produttori hanno cominciato a ricercare manodopera a basso costo. Le monoculture fanno sì che tale manodopera sia necessaria in quantità ingenti e concentrata per brevi periodi dell’anno e hanno come conseguenza il fatto che siano proprio le persone più ricattabili ad accettare condizioni abitative e lavorative precarie.

[2] Come si apprende dalla stampa locale: Campo migranti lavoratori a Campobello, on. Catania: “Rassicurazioni da Schifani” in Primapaginapartanna

[3] Affermazione di un lavoratore agricolo sgomberato prima dall’insediamento dell’ex cementificio, poi da Fontane d’oro (indicata dalle istituzioni come soluzione abitativa alternativa) e infine, allocato nell’insediamento sorto nella proprietà privata, novembre 2023.

[4]  Leggi queste e altre informazioni sui fondi pubblici nell’articolo di Alessia Candito: Fontane d’oro, flop del campo dei braccianti agricoli a Campobello di Mazara su LaRepubblica

[5] Vedi le proposte sintetizzate, ormai un anno fa, nel nostro articolo Oltre il caporalato 

 

 

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